
Di Alice Barontini
Milano. «Mi sono trovato ad osservare i quadri di Ballantini con la stessa attenzione morbosa con cui si guarda un incidente stradale: un occhio impotente per vedere, in mezzo ai rottami, come i feriti riescono a venir fuori (...)». Antonio Ricci ha commentato così alcuni dipinti di Dario Ballantini, artista diventato famoso per le sue imitazioni nel programma televisivo di “Striscia la Notizia” ma che da anni si è fatto conoscere nel mondo dell’arte collezionando mostre personali in Italia e all’estero e attirando su di sé l’interesse di grandi critici come Achille Bonito Oliva, Luciano Caprile, Giancarlo Vigorelli e molti altri...
Quasi trent’anni di pittura: com'è cambiata l'arte di Dario Ballantini in quest'arco di tempo?
«Direi che i primi quadri avevano una connotazione più cupa e pessimistica. Oggi invece - pur rimanendo sempre confusa, smarrita e mentalmente affollata - credo che la mia arte si sia caricata di una forza e di una grinta che prima non aveva. Probabilmente questo cambiamento artistico è dovuto anche a una rivoluzione interiore».
E' nato a Livorno, città ricca di pittori e artisticamente arroccata a una dilagante maniera post macchiaiola. Crede che questo clima l'abbia in qualche modo influenzata?
«Si, in diversi sensi. Dalle mie origini artistiche livornesi ho appreso soprattutto la tecnica e la freschezza: dai maestri del passato si deve sempre imparare. Dall'altro lato però è rimasta la voglia di combattere il genere stanco dei post - post macchiaioli che, ormai privo di significato artistico, secondo me rischia di morire in se stesso. Mi piacerebbe piuttosto che l'attenzione fosse rivolta a grandi artisti come Amedeo Modigliani su cui Livorno, inspiegabilmente, non punta più di tanto».
Si ricorda il suo primo quadro?
«Si, l'ho fatto quando frequentavo il liceo artistico. Dopo una serie interminabile di disegni a tema, un giorno, il professore ci disse che potevamo fare un quadro a libera interpretazione. Io portai in classe un dipinto angosciosissimo, già allora molto drammatico: era una figura blu che stava appoggiata al muro, con un grande occhio sopra. Ricordo che il professore ne rimase colpito e mi disse: Ballantini, finalmente vedo cos' hai dentro».
Se avesse una macchina del tempo che artista andrebbe a trovare?
«Ci dovrei pensare...( ndr. lunga pausa di silenzio ) Picasso. Andrei da Picasso».
Lei cosa chiede a un'opera?
«Che mi dia un cazzotto nello stomaco: non importa se sia d'amore o di rabbia, l'importante è sentire il cazzotto. L'arte non deve mai diventare un sollazzo».
Quando capisce che una sua opera è finita?
«Uso un vecchio trucco: la guardo allo specchio. Quando, guardando direttamente nello specchio, vedo che il quadro funziona e mi piace quasi più dell'originale, allora lo sento: è concluso».
Usa una tecnica particolare per realizzare le sue opere?
«Una tecnica mista, di solito acrilico e pennarelli. La cosa a cui tengo di più è cercare di realizzare l'opera di getto, il prima possibile. Ovviamente non si tratta di un modo per risparmiare tempo: è piuttosto una questione di sincerità nei confronti di chi osserva il quadro. Confido moltissimo nella spinta artistica del momento».
Come definirebbe le sue opere?
«Un' esplosione d' introspezione».
© foto Claudio Barontini

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