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Intervista a Roberto Colonnacchi

Roberto Colonnacchi - foto © Claudio Barontini

Di Alice Barontini
 
Livorno. Roberto Colonnacchi nelle sue opere cerca sempre il momento della vita che sta per sfuggire, l'attimo veloce che trascorre e riduce l'uomo a ombra di passaggio. Seduto su una sedia, dall'alto del suo atelier, guarda attraverso una larga vetrata la vita che scorre freneticamente, le persone camminare nervose lungo le strade. Poi mette in ordine il suo studio e vestito elegantemente (perchè, sostiene, «un bravo pittore non deve mai sporcarsi») inizia a dipingere.
Nato a Livorno nel 1948 Colonnacchi si avvicina all'arte fin dalla più tenera età, studiando disegno e pittura alla scuola Trossi Uberti della sua città e negli atelier di alcuni pittori. In breve, giovanissimo, inizia ad esporre in gallerie nazionali, trasferendosi nel '72 a Milano «dove - ricorda - iniziai a respirare l'aria delle innovazioni artistiche dell'epoca».
L'ultima mostra personale di disegni a china e acquarelli risale al 1977 quando - forte della conoscenza tecnica appresa nel campo della cartellonistica cui, nel frattempo, s'era dedicato - Colonnacchi prese la decisione di dedicarsi interamente alla grafica pubblicitaria ed editoriale.
Oggi, dopo ben trent'anni di lontananza da cavalletto e pennelli, Colonnacchi ha ripreso a dipingere facendo coesistere alla passione per la pittura la sua attività di grafico.
 
Grafica e pittura: due mondi separati o due facce della stessa medaglia?
 
«Due mondi separati dal punto di vista espressivo ma legati dall'aspetto tecnico. Per la grafica come per la pittura è necessario saper dosare i colori, assemblare le forme, creare degli equilibri...nella pittura però deve esserci anche un superamento di questi aspetti. La conoscenza tecnica, che pure è necessaria per un bravo artista, non deve mai trasformarsi in qualcosa di accademico».
 
Il suo lavoro come grafico influenza in qualche modo quello di pittore e viceversa?
 
«E' probabile».
 
Quando si è appassionato per la prima volta all'arte?
 
«A dieci anni, quando mi regalarono una cassetta di colori ad olio. Ho iniziato a creare i primi quadri per gioco e ho capito subito che mi sarebbe piaciuto: riproducevo le opere appese sulle mura di casa e facevo ritratti ai miei amici. Dopo qualche anno ho iniziato a frequentatre la scuola d'arte di Livorno e gli atelier di molti artisti della mia città, partecipando a concorsi e mostre».
 
E alla grafica?
 
«A ventidue anni: per mantenermi economicamente avevo iniziato a fare bozzetti a tempera per la cartellonistica. Poi mi offrirono di insegnare in alcuni corsi di grafica e da lì ho cominciato a trasformare questa passione in lavoro».
 
Il segreto di un bravo grafico? 
 
«Immaginare il lavoro a tutto tondo prima che sia finito».
 
E quello di un artista?
 
«Vivere nel proprio tempo e, per mezzo dell'arte, anticiparlo».
 
Per quasi trent'anni è stato lontano da pennelli e cavalletti. Perché?
 
«Ero giovane e non accettavo di dovermi dividere tra lavoro e pittura. In quel momento pensavo di essere uno che se faceva una cosa doveva impegnarsi in quella e basta. Se tornassi indietro forse agirei diversamente».
 
Cosa l’ha portata, dopo tanto tempo, a tornare a dipingere?
 
«E' stata una cosa naturale, un'esigenza: un giorno sono entrato nel mio studio e ho iniziato a pitturare».
 
Cosa fa prima di iniziare un quadro?
 
«Metto a posto il mio studio che è sempre un gran caos. L'unica cosa in ordine sono i pennelli e i colori per cui ho una cura maniacale».
 
La sua arte di oggi in tre parole.
 
«Emotiva, dinamica, divertente».
 
E quella anni '70?
 
«Molto pensata».
 
Quando si accorge che un quadro è finito?
 
«Quando rientro nel mio studio: un quadro, per funzionare, deve colpirmi subito, deve essere la prima cosa che vedo tra mille. Un buon quadro è come una bella donna: tra molte persone gli occhi si soffermano subito su di lei».

© foto Claudio Barontini



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